Lettera al Piccolo
- afasopnoiinsieme
- 31 mag 2021
- Tempo di lettura: 2 min

Gentilissimo direttore,
sono il padre di un ragazzo seguito dal Dipartimento di Salute Mentale di Trieste. Ho personale esperienza delle differenze tra il sistema triestino e quello che si pratica fuori regione. Dodici anni fa mi sono trasferito da Roma a Trieste, proprio per dare a mio figlio le migliori possibilità di cura.
Credo che solo chi si trova coinvolto in una situazione del genere possa capire qualcosa della querelle di questi giorni relativa alla nomina di soggetti estranei alle pratiche triestine nelle posizioni apicali della struttura triestina.
Sono convinto che la diversità tra il personale triestino e quello di altre regioni sia una questione culturale. In ogni raggruppamento umano esistono delle regole e, conseguentemente, dei tabù, proprio come nel caso dell’incesto. Il principale ma non il solo di questa normazione culturale sta nel fatto che nessuno a Trieste, per quanto possa essere agitato in quel momento, viene legato. Non c’è una norma scritta che lo vieta specificamente, semplicemente non si fa. E’, appunto, un tabù.
Proviamo ad immaginarci cosa succede ad un giovane medico per la prima volta in un turno notturno da solo. Un paziente è agitato. Cosa fare? Il giovane medico è nel panico, ha paura. Se ci troviamo in una zona dove ancora si pratica la contenzione, arriverà il soccorso di un anziano infermiere che “suggerirà” al medico inesperto di legare il paziente e di somministrargli un calmante. Il giovane non sa cosa fare. Naturalmente si rende conto che legare il paziente al letto non è proprio una gran bella cosa. Ma non conosce alternative ed alla fine cede.
Come si svilupperebbe la stessa situazione a Trieste? Il giovane medico sa che la contenzione non è un’alternativa possibile e neppure gli viene in mente. Per cui è costretto a dialogare e a mediare con il paziente, anche per ore, se necessario.
Pensi di essere lei il paziente (perché a tutti può capitare): quale alternativa sceglierebbe?
Naturalmente la contenzione non è l’unica differenza culturale che si riscontra a Trieste ma c’è anche l’essere trattato come una persona piuttosto che come un paziente, l’avere porte sempre aperte, l’essere protagonista del proprio percorso di cura, l’occuparsi dell’abitare e del lavoro.
Badate bene, ormai queste cose le dicono tutti, ma un conto è dirlo un conto è farlo. A Trieste si sono sviluppate negli anni diverse buone pratiche che sono misconosciute nel resto della nazione e che richiedono una struttura coesa e funzionante per essere applicate.
Capisce ora perché noi familiari siamo così preoccupati dell’inserimento di dirigenti che abbiano una cultura “altra”. Perché temiamo di perdere tutte le conquiste pratiche (non ideologiche) che rendono esemplare, secondo l’OMS, la salute mentale triestina? E’ terribilmente stupido stravolgere un sistema che, più o meno, funziona bene per il rispetto di procedure concorsuali che, è cronaca di tutti i giorni, non garantiscono né equità né soprattutto funzionalità.
Detto ciò, spero che nessun politico mi inviti a “stare al mio posto”. Altrimenti gli dovrei augurare di “stare lui al mio posto”. Inoltre sono un cittadino che paga le tasse ed ho tutto il diritto, ed anche il dovere di giudicare chi gestisce e come gestisce la cosa pubblica.
Roberto Morsucci
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